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Tuesday, November 10, 2009



Napalm Records
2009

Let's start saying that, with A. Lucassen leaving the band, the New SoP album is obviously inferior to its previous one. But listening to The Flame Within, what you'll hear is anything but a bad album. Maybe they've lost a bit of personality, though the songwriting is very well done, with Marcela's magical voice always overtopping it all. From the catchy In the End, to the melancholic All I Know, passing through the sweetness of When You Hurt Me The Most (on which Marcela is simply PERFECT) or the desperate elegance of Now or Never, the listening of the album goes by without
any significative fall.
So, if you loved Embrace the Storm because of Arjen's proggish influence, then avoid this new release; otherwise, if you love SoP mainly because of Marcela's voice, you'd better go and listen to The Flame Within. You should not
be disappointed!

Anderz.

Ps: here is the post where you can get the album, just in case you wanted to hear something before buying!

Thursday, September 3, 2009

[R] Sonata Arctica-The Days of Grays (2009)




I Sonata Arctica sono svaniti nel nulla,sono scoppiati come una bolla di sapone troppo grande per continuare a volteggiare sospesa nell’aria .
Li hanno portati via gli alieni grigi,lassù,oltre le colline di Molto Molto Lontano (e i fari e i circhi e i macelli di lupi mannari e gli stalker e le sexy cameriere e i soldati sfigati) in un oscuro loco di cui non ci è dato saper nulla.

Stamane -a mio malgrado- ho avuto l’inestimabile piacere di ascoltare un’anteprima di The Days of Grays,secondo prodotto delle turbe mentali di Kakko (insieme a quel gioiello arrugginito di Unia,cibo per …cani). Degli album dell’ epoca d’oro dei Sonata -ahimè- nessuna labile traccia (fatta eccezione per The Last Amazing Grays e Flag in the Ground,brani che presentano delle reminiscenze del power di un tempo).

Prime impressioni che ho avuto ascoltando l’album:

-E questo cos’è? Si tratta forse di un FAKE?
-E menomale che avevano detto che codesto sarebbe stato un lavoro più lineare di Unia…cosa sono tutte queste linee vocali?Riusciranno mai i Sonata a proporre live Deathaura?
-Perché Kakko lancia di continuo degli urletti da far invidia a una cagnetta in calore o ad una pornostar? Ha deciso di darsi al black?Persino quel castrato di Kotipelto ha più rispetto dei miei padiglioni auricolari…
- Mmh… sembra più la soundtrack di un film che un album…


Il chiacchierato e atteso album si apre con la strumentale Everything Fades to Gray,malinconico pezzo che ho apprezzato molto e che sicuramente stona all’interno del prodotto finito:sembra quasi appartenere ad una struggente colonna sonora.
Da pelle d’oca.
Si passa a Deathaura,brano di difficile assimilazione.
Jhoanna Kurkela (deliziosa cantante finnica rompiballe,ospite dell’album) veste i panni di una ragazza che-dopo essere stata erroneamente additata come fattucchiera-viene data in pasto alle fiamme. Il confusionario –ma piacevole,tutto sommato- brano presenta (come tanti altri) troppe linee vocali. Se non altro,il profeta Elias mostra di far bene il suo lavoro.
Si continua con The Last Amazing Grays e Flag in the Ground,brani che abbiamo già avuto modo di conoscere grazie al singolo uscito pochi giorni fa. Entrambi rappresentano gli unici stralci di power in The Days of Grays.
La quinta traccia è la breve Breathing,una melodica ballad strappalacrime come conviene ad ogni album dei Suonati che si rispetti.

Si continua con Zeroes e The Dead Skin,a mio avviso le tracce più sui generi dell’album. In perfetto stile Unia,brani che dovrebbero suonare progressive ma che trovo senza capo né coda. Inquietanti e basta:basti pensare alle mie orecchie che hanno cominciato a sanguinare come quelle del Cristo sulla cover di “Tinnitus Sanctus” (ultimo e discutibile lavoro degli Edguy).
Lo spettacolo continua con As If the World Wasn't Ending, un lento che farà sicuramente piacere sentire dopo l’ascolto delle due psichedeliche tracce precedenti.
Ma il bello giunge adesso:finalmente la ragazza frutto delle insistenti attenzioni di uno stalker ha un nome.
Riuscirà Juliet a sfuggire alle pressioni di Tony/Caleb? Questo brano non del tutto eccezionale mi ha stranamente colpito.
No dream can heal a broken heart è un bel duetto tra Tony e la Kurkela; The Truth Is Out There e la full version di Everything Fades to Gray sono due ottimi e appassionati brani posti alla fine di questo lavoro decisamente eccentrico.
La bonus track In the Dark sarebbe godibile se non fosse per il testo eccessivamente melenso. Se non volete rischiare di vedere ovunque cuoricini e nuvolette rosa,dunque,cestinatela.

A rischio di sembrare ripetitivi (per quale strana ragione sto parlando al plurale?),adesso stiliamo l’ennesima macchietta psicologica.
The Days of Grays,come ogni album, non è altro che un viaggio all’interno della mente di colui che l’ha scritto.
Come Unia ,riesce soltanto ad amplificare le nostre angosce,a gettare alle fiamme una goccia di carburante e a tramutare tutto in un grande incubo,in una cacofonia di colori e suoni e spirali di sottile follia.
I Sonata dei primi album non esistono più:sono maturati,cresciuti e maggiormente disillusi dalla vita e dai suoi affanni. E ogni cosa,insieme a loro,sta sfumando in grigio.
Durante l'ascolto di questi brani ci sentiamo osservati,oppressi da strane forze in attesa di un nostro crollo.


The Days of Grays è un lavoro di sicuro migliore di Unia,ma che va comunque digerito pian piano.Sicuramente siamo davanti all'album più maturo e sentito dei Sonata (ma questo era facile intuirlo). Da segnalare i testi appassionati,strampalati e struggenti quanto basta.
Il novello prodotto,perciò,guadagna un sette/otto.
Buona anche la prova di Elias:il ragazzo sa sicuramente il fatto suo.

Tuesday, June 16, 2009

[R] Sonata Arctica-UNIA [2007]



2007- Nuclear Blast

Come distruggere un mito,come mortificare la propria creatura che negli anni ha soltanto accumulato i consensi del grande pubblico,come rinnegare il proprio operato sputando sulle origini power che hanno spianato loro la strada?Semplice,i finlandesi Sonata Arctica lo hanno fatto scegliendo di pubblicare un azzardato e confusionario prodotto come Unia,album di dubbio gusto senza capo né coda.
I Sonata hanno da sempre rappresentato un punto fermo nella mia classifica dei gruppi più amati,sempre presenti nell’oramai defunto mp4 (ma questa,dolci fanciulli,è un’altra storia) ,sempre osannati e raccomandati ad ogni mio buon conoscente.
Grazie alla loro splendida musica iniziai ad avvicinarmi al mondo del metal -che allora mi era del tutto oscuro-e anche se adesso ho preso le parti dell’Operatic/ Gothic/Symphonic,non posso che essere legata al mio primo e timido approccio al power.
Dove sono i Sonata di Ecliptica e Silence?
Reckoning night era già un prodotto diverso dai primi,ma sicuramente piacevole e ben fatto.
Sperimentare e cercare nuovi sound non è sbagliato,sia chiaro.
E’ importante che un gruppo maturi non precludendosi nessuna possibilità.
Ma sperimentare e ben riuscire,questo è difficile.E rimanere nelle grazie dei fan veterani con un album del genere,questo è quasi impossibile.

Il capitolo Unia non solo sembra appartenere ad un’altra band,ma non riesce neanche a catalizzare abbastanza attenzione su di sé:appare come un album inutile,come un full-lenght di “transizione” tra la vecchia era artica e –forse- la nuova.
Un album capace soltanto di infondere angoscia,privo di qualsiasi logica,caotico ed irrazionale.
Nonostante il prodotto finale non mi abbia mai entusiasmato,alcuni brani(come “Caleb” ad insindacabile esempio)rimangono degni di nota.
Ed è proprio grazie a queste tracce se scelgo di dare ad un prodotto come Unia un 6,5 edulcorato.
Dimentichiamoci i cari e vecchi Sonata amanti del power e dei riff di chitarra:i ragazzi hanno detto -in una recente intervista- che il loro ultimo lavoro (una delle release che si attende per la fine dell’estate,nda) seguirà il percorso intrapreso da Unia.
Mentre cerco di prepararmi psicologicamente all’uscita di un altro album simile,maledico i signori della Nuclear Blast,demonio di etichetta che ha rovinato numerosi gruppi una volta entrati a far parte di essa tendendo a “commercializzare” al grosso pubblico il tanto amato metallo.
E maledico la mente perversa di Tony Kakko che reputa Unia non solo il miglior disco dell’intera carriera dei Sonata,ma anche “cibo per l’anima,per gli occhi,per il cuore(aggiungerei anche "per il culo") e altre simili corbellerie.
E maledico quegli idioti degli altri membri della band che lasciano che tutto questo accada.
Mr. Tony desidera ampliare nuovi orizzonti,abbandonare il power e darsi al blues e magari anche al gospel?Per quanto mi riguarda può anche diventare una drag queen,se vuole.
Ragazzi lasciatelo andare per la sua strada:abbiamo capito tutti quanto brami un “solo project”.
Non potete permettervi un altro album come Unia:molti fan non saranno così magnanimi da perdonarvi un simile errore una seconda volta.

Croweloner Moonglow

Friday, June 5, 2009


WITHIN TEMPTATION – THE HEART OF EVERYTHING [2007]
SONY/GUN RECORDS

I Within Temptation sono l’esempio perfetto di band che, nonostante il notevole ammorbidimento del sound acquisito nel corso del tempo, non ha perso la vena creativa, ma, anzi, ha trovato una dimensione decisamente più congeniale, in grando di far risaltare maggiormente l’angelica voce di Sharon.
Quest’ultimo disco accentua ancora di più il fattore “orecchiabilità”, fondendo ritornelli praticamente pop, a ritmiche che potrebbero essere accostate a certo nu-metal. Il tutto, ancor più che in passato, incoronato da maestose linee di tastiera, forse troppo invadenti in certi passaggi, ma che personalmente ho adorato e continuerò a fare.
Nonostante abbia letto e sentito parecchi pareri affermare il contrario, non ho notato grandi differenze con il precedente disco: solo una maggiore morbidezza di suono e, appunto, una maggiore “attenzione al grande pubblico” (leggasi: orecchiabilità), che però non influisce sulla qualità delle composizioni, specialmente nelle parti vocali, banali e prevedibili solo in un paio di episodi.
Io il pollice lo alzerei.
7/10

Anderz.

Saturday, May 16, 2009


The Diarist
Fuel Records
2006

Ero un po' scettica quando mi sono accinta ad ascoltare l'ultimo lavoro di un gruppo che si definiva di genere "Drammatic Death Metal". Quando però ho sentito "The Diarist" mi sono dovuta ricredere: un disco impegnativo, impeccabile dal punto di vista tecnico, con tematiche ed influenze non da poco: subito Aurora si presenta con ipnotizzanti riff e voce cupa, mista a quel famoso inno al Diavolo. Seguono a ruota Play Dead e Pulkovo Meridian, improntati sulla stessa linea. Uno stacco lo troviamo nell'intermezzo The Diarist, angosciante e introspettivo, che ci introduce al brano che è il cuore dell'album: Snowdrifts, un capolavoro di Death preceduto da una malinconice e triste voce femminile. Elementi sinfonici e archi, brevi sprazzi di melodia si intrecciano a pezzi di Death duro e puro, mix che caratterizza tutto il disco e in generale la produzione dei Dark Lunacy. A conclusione troviamo The Farewell Song, che raduna le rovine dell'assedio.


8.5/10


Dark Clouds in a Perfect Sky
Napalm Records
2004



Ci troviamo di fronte al lavoro migliore di Elis, ecluso Catharsis, che deve ancora uscire.
In attesa di questo attesissimo primo disco senza Sabine, risfoglio gli altri dischi.
Che dire? Tracce brevi e vive, grazie soprattutto all'indimenticabile voce di Sabine. Der Letzte Tag, con la quale si apre il Cd, scorre in fretta, un bel brano con il suo sfondo fatto da chitarra, basso e una martellante batteria. Il meglio, però deve ancora arrivare: è Perfect Love, su cui viene subito deviata l'attenzione di chi ascolta. Triste, straziante, molto melodico e impressivo, questa traccia si imprime subito risvegliando prepotentemente emozioni nascoste. Andando verso la fine, troviamo, da notare, Rebirth, un po' misterioso, soprattutto con l'insistente motivo iniziale di tastiera, ed infine abbiamo Ballade, perfetta conclusione per un disco molto ben riuscito.

8.5/10

Wednesday, May 13, 2009


VISIONS OF ATLANTIS – TRINITY [2007]
NAPALM RECORDS

Dopo due album mediocri, è con un po’ di timore che mi approccio a questo terzo full-lenght degli austriaci Visions of Atlantis, il secondo sotto Napalm.
Inizio col dire che si nota già dall’opener At the Back of Beyond la presenza di una maggiore pienezza di suono, specialmente nelle chitarre, che risultano così più incisive che in passato.
Le coordinate di questo platter sono quelle su cui la band si muove fin dai tempi del debutto: un power metal sinfonico che, nonostante l’uso della doppia voce, risulta piuttosto piatto e anonimo, a causa di un songwriting decisamente semplicistico. In questo nuovo lavoro, purtroppo le acque non si sono smosse più di tanto: per quanto riguarda le melodie vocali, tutt’altro che memorabili, sembra quasi che la nuova arrivata dietro il microfono, non si trovi a proprio agio, e in certi casi risulta persino fuori luogo, mentre sul lato strumentale le cose non vanno meglio: in particolare le parti di tastiera seguono delle strutture che sanno davvero troppo di “già sentito”, e questo, considerata l’importanza che rivestono in un disco come questo, è un inammissibile difetto.
Insomma, un disco che fallisce nel tentativo di catturare l’attenzione dello spettatore: non un guizzo, non uno spunto che stuzzichi l’orecchio e che allontani la minaccia della noia.
E sì che il tempo per maturare lo hanno avuto, ed effettivamente qualche timido passo avanti rispetto al debutto è stato fatto, ma, per essere un terzo album, questo Trinity vola ancora troppo, troppo basso.

4.5/10


April Rain
Release Date: 30 March 2009
Roadrunner Records

Il nuovo album dei Delain, band tirata su da Martin Westerholt, ex Within Temptation, è arrivato il 30 marzo. Dal sound molto melodico e ricco di tastiere, in generale non si distacca molto dal precedente Lucidity, anche se è più pieno e ricco: come il primo, i brani sono costruiti secondo il solito schema strofa-ritornello-ripresa, ma non stancano chi ascolta. Le atmosfere poi sono meno malinconiche rispetto all'altro lavoro, c'è un uso più ampio delle orchestrazioni: i 45 minuti del disco scorrono fluidi, quasi continui, dal primo brano April Rain, dalla linea energica e ben ritmata, in contrasto con il testo, piuttosto "scuro" e triste, all'ultimo Nothing Left, un congedo lento e nostalgico, un saluto a chi ascolta; passando per Invidia, vivace e intensa, a Control the Storm, dove la voce inconfondibile di Marco Hietala si intreccia con quella di Charlotte, e che dire di Virtue and Vice, la ciliegina sulla torta? Le aspettative non sono state deluse con questo album, e i Delain hanno dimostrato di saper produrre un buon lavoro anche senza tanti appoggi esterni, a dispetto di quanto alcuni malignamente affermano, che Lucidity è stato possibile soltanto grazie ai vari ospiti (Sharon Den Adel, Marco Hietala, Liv Kristine).

Voto: 8/10


UNSUN – THE END OF LIFE [2008]
CENTURY MEDIA

Quando un chitarrista di una certa fama, e Mauser dei Vader non è l’ultimo arrivato in questo senso, decide di fondare una band le cui parti vocali sono affidate a una fanciulla, il sospetto di “commercialata” sboccia nella mente di tutti noi: e questo sospetto cresce a dismisura nel guardare le foto promozionali di questi Unsun, improntate più che altro sul corpicino della signorina Aya.
Nonostante queste premesse, e da buon amante di certe sonorità, ho deciso di dare lo stesso una chance a The End of Life e… sorpresa! L’album non segnerà certo una svolta nella storia del metal, ma riesce dannatamente bene nella difficile impresa di risultare orecchiabile senza essere banale.
Dalla eterea opener Whispers, alla briosa e vagamente elettronica Indifference, le canzoni si susseguono senza cali, dimostrandoci che Aya, oltre a una voce deliziosa, possiede un certo gusto per il songwriting.
E anche il buon Mauser, come a sottolineare le sue radici Death, fa la scelta azzeccata di non alzare l’accordatura della chitarra, mantenendo un sound aggressivo (anche se forse un po’ impastato), e garantendo così anche una certa personalità a queste undici canzoni.
Commercialata, dunque? Sì, senza dubbio, ma l’ennesima dimostrazione che “commerciale” e “qualità” non sono necessariamente termini antitetici. Non quando si parla di The End of Life.